La storia di questo vitigno, associato all'altro vitigno laziale della stessa zona, l'Abbuoto, si perde nella notte dei tempi e dagli studi effettuati si evince che non ha riscontri di parentela con alcun altro vitigno oggi utilizzato al mondo. Parliamo del vitigno Uva Serpe, autoctono del Lazio a bacca nera. Ma andiamo con ordine. Un primo accenno di notizia la ritroviamo nel 312 a.C. grazie ad Appio Claudio Cieco, che nella costruzione della Via Appia che collega Roma a Brindisi detta Regina Viarum, trovò una grossa difficoltà per i lavori nella zona tra Fondi e Formia, oggi in provincia di Latina, a causa dei terreni impervi e collinari. Questo inconveniente causò un certo ritardo nei lavori, che Appio Claudio Cieco oziava occupare con lauti pranzi e bevute di un vino locale talmente buono da farlo conoscere a Roma. Il vino in oggetto era il Caecubum, oggi Cècubo, nome coniato dai termini Caecus, che deriva da Appio Claudio Cieco e Bibendum, che deriva da bere. Nel corso dei secoli questo vino destò un tale interesse da essere citato e apprezzato da Plinio il Vecchio, che lo classificò migliore del Falerno, e dal Columella, che nella sua opera De Agricoltura individuò la zona di produzione tra Itri e Sperlonga, in provincia di Latina. Sempre nella sua opera il Columella, siamo nel I° secolo d.C., parlava di un vitigno chiamato Dracontion, termine greco che significa "serpente", da cui veniva prodotto il vino Cècubo (oggi in assemblaggio con l'altro vitigno laziale Abbuoto). L'Uva Serpe ha una costante produzione, predilige terreni poco fertili, il grappolo è di medie dimensioni, conico, compatto, l'acino è medio, sferoidale, con buccia pruinosa, di colore blu-nero. Il vino ha un colore rosso rubino, intenso, con profumi fruttati e floreali, alcolico, corposo e strutturato. Questo vino è talmente carico di colore tanto da tingere il pavimento, come ricordava Orazio in un famoso suo verso "Vero tinget pavimentum superbo".

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